LA RILEVANZA PENALE DEL NEGAZIONISMO

La Legge n° 115 del 2016, con la quale viene attribuita rilevanza penale alle affermazioni negazioniste sui fatti della Shoah, del genocidio, dei crimini contro l’umanità, così come definiti dallo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale agli artt. 6-8, è stata pubblicata sulla Gazzetta Uffficiale n. 149/2016 e pertanto è in vigore quale Legge dello Stato.

A seguito dell’iter legislativo si è scelto di prevedere non un autonomo fatto di reato, ma una circostanza aggravante dei delitti di propaganda razzista, di istigazione e di incitamento di atti discriminatori perpetrati per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, puniti dall’art. 3, Legge n° 654/1975 e successive modifiche.

La discussione parlamentare è stata caratterizzata da due opposti fronti: da una parte la fazione che premeva per ottenere sanzioni severe di natura penale per atti o fatti di negazionismo e dall’altra la fazione che muoveva in senso opposto, temendo la compressione indebita del diritto alla libera manifestazione del pensiero tutelata dall’art. 21 della Costituzione.

Tra le tante autorevoli opinioni, è interessante citare quella dell’Unione delle Camere Penali Italiane che si è schierata nettamente in favore della seconda corrente, con il comunicato “Al negazionismo si risponde con le armi della cultura non con quelle del diritto penale” del 16.10.2013 nonché con l’appello “Contro il reato di negazionismo” del 13.11.2013.

La Corte di Strasburgo, da parte sua, ha contribuito ad alimentare il dibattito sul tema, mediante due sentenze: (i) la prima riguardante affermazioni negazioniste sul genocidio armeno (ii) la seconda riguardante personaggi pubblici che avevano esternato affermazioni ipoteticamente qualificabili come negazioniste.

E’ opportuno sottolineare che la posta in gioco non è mai stata l’accertamento delle verità o delle falsità dei fatti storici, bensì la possibilità che ognuno possa esternare il proprio pensiero, piaccia o meno, ricordando che un sano revisionismo storico nasce sempre da domande e mai da risposte qualificabili come dogmi.

Cosa ben diversa è l’incitamento all’odio, mediante l’utilizzo di atti e fatti di negazionismo, che l’ordinamento ha tutto il diritto di punire.

Di tali rilievi ne sono stati consapevoli molti Parlamentari che, promuovendo battaglia contro ovvero a favore dell’approvazione della Legge in commento, hanno ottenuto vari emendamenti al testo, mediante il travagliato passaggio di una doppia lettura sia al Senato che alla Camera.

La modifica più rilevante è quella inerente la clausola limitativa di responsabilità, che avrebbe comportato la rilevanza penale del negazionismo unicamente nei casi di “fatti accertati con sentenza passata in giudicato, pronunciata da un organo di giustizia internazionale, ovvero da atti di organismi internazionali e sovranazionali dei quali l’Italia è membro”: tale limitazione non è più contenuta nel testo che ora è legge.

La possibilità di punire il negazionismo, in forza della nuova Legge, è transitata dalla modifica dell’art. 3 della Legge n° 654/1975, alla quale è stato aggiunto un comma 3 bis che prevede “la pena della reclusione da due a sei anni se la propaganda ovvero l’istigazione e l’incitamento, commessi in modo che derivi concreto pericolo di diffusione, si fondano in tutto o in parte sulla negazione della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7, 8 dello Statuto della Corte Penale Internazionale, ratificato ai sensi della Legge 12 Luglio 1999, n° 232”.

A differenza dell’art. 3 del Decreto Legge n° 122/1993 convertito, che contempla quale aggravante comune la circostanza che la fattispecie di reato sia commessa per finalità di discriminazione o di odio etnico, razziale o religioso, la nuova Legge inserisce un’aggravante speciale, applicabile, quindi, solo alle fattispecie propagandistiche e di istigazione o incitamento, previste dall’art. 3 della Legge n° 654/1975, che disciplina appunto (i) i delitti di propaganda di idee razziste e di istigazione alla commissione di atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali religiosi; (ii) i delitti di istigazione alla commissione di atti di violenza o di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi; (iii) i delitti di partecipazione, assistenza, promozione, direzione di un’organizzazione, un’associazione, un movimento o un gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

L’aggravante in esame può applicarsi non in tutti quelli contemplati dall’art. 3 della Legge n° 654/1975, ma solo per quelli che si estrinsecano in una forma di manifestazione di pensiero, quale è appunto la propaganda, l’istigazione e l’incitamento, restando non applicabile agli atti di discriminazione violenta e non, mentre invece lo è in riferimento alle condotte associative.

L’offesa al bene giuridico protetto dalla norma si realizza quando il commento negazionista si esplichi tramite una comunicazione che abbia in sé la connotazione di un vero e proprio discorso di odio, rischiando di generare una deriva sociale delle masse.

Si pensi al tutti i commenti che giornalmente vengono diffusi sui social network: la norma si prefigge di anticipare la tutela per paralizzare il nascente discorso propagandante, istigante, incitante, la negazione dei fatti storici previsti.

La Corte di Strasburgo nel caso Perincek, nel solco della sentenza Varela Geis della Tribunal Constitucional de España emessa nel 2007, ha ritenuto che non sia rilevante qualsiasi discorso negazionista, ma esclusivamente quello che persegue il fine di giustificare un genocidio, un crimine contro l’umanità o un crimine di guerra.

La differenza è sottile ma profondissima: una cosa è negare interamente o parzialmente un fatto storico, magari perché si intende indagare il passato per conoscerlo maggiormente, ai fini di studio e di ricerca, o anche solo per ignoranza; cosa ben diversa è negare un fatto storico per giustificare fatti ed episodi di violenze inenarrabili, magari proprio con il malcelato scopo di innescare una nuova spirale d’odio e di violenza.

A voler accogliere lo spirito della Legge solo quest’ultima circostanza dovrebbe essere punita, tuttavia la norma non prevede distinzioni e pertanto si auspica sin d’ora una sua modifica ovvero una sua interpretazione costituzionalmente orientata, dal momento che viceversa incorrerà senza dubbio in una declaratoria di illegittimità per violazione del precetto costituzionale che tutela la libertà di manifestazione del pensiero.