TRASFERIMENTO ALL’ESTERO: IL FALLIMENTO IN ITALIA PROSEGUE

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con ordinanza 24.05.2016 (C-353/15), ha stabilito che trasferire la sede sociale in altro e diverso stato membro, mentre l’Italia resta il centro degli interessi principali dell’attività d’impresa, non paralizza la procedura di fallimento e la competenza dei giudici italiani resta radicata.

E’ stata la Corte d’Appello di Bari a sollevare il quesito pregiudiziale d’interpretazione sul regolamento n° 1346/2000 inerente le procedure d’insolvenza, sostituito dal n° 2015/848.

La questione trae origine da una domanda di fallimento proposta da alcuni creditori nei confronti di una società con sede in Modugno, provincia di Bari. La debitrice, qualche giorno prima che venisse radicata la procedura, aveva spostato la propria sede in Bulgaria, con contestuale nomina di un nuovo amministratore locale.

Tale circostanza era stata fatta presente nel corso dell’istruttoria prefallimentare, ma il Tribunale di Bari ha rigettato l’istanza di sospensione del procedimento, qualificando il trasferimento come fittizio.

Il caso è altresì transitato attraverso una pronuncia di legittimità che ha fissato la giurisdizione del giudice italiano, per poi essere ripresa innanzi la Corte d’Appello, ove il Collegio ha sollevato una questione pregiudiziale sull’art. 3 del citato regolamento, interessando pertanto i giudici europei.

La Corte di Giustizia, investita della questione, ha innanzitutto rigettato le eccezioni di irricevibilità rilevate dal Governo Italiano, specificando che, anche se nel diritto interno la pronuncia della giurisprudenza di legittimità sulla giurisdizione è definitiva e vincolate per i giudici di merito, questi ultimi possono comunque rivolgersi alla Corte U.E. per chiarire dubbi sull’interpretazione del diritto europeo.

Quindi, secondo la Corte di Lussemburgo, i magistrati italiani possono sempre adire la giurisdizione europea quando hanno fondati dubbi che, nel rispettare una pronuncia di un giudice interno di livello superiore, possano rischiare di emettere una sentenza contraria al diritto dell’Unione Europea.

Ad ogni buon conto, per quanto riguarda il merito, la Corte U.E. ha ritenuto che, nonostante la sede sociale rappresenti in via presuntiva la collocazione del centro degli affari ed interessi dell’attività di impresa, dinanzi a prova contraria la presunzione viene meno.

E’ proprio il regolamento unitamente alle pronunce della Corte di Lussemburgo ad avere fissato la definizione di centro di interessi principale, il quale va individuato “privilegiando il luogo dell’amministrazione principale della società come determinabile sulla base di elementi oggettivi e riconoscibili da terzi”.

Ciò vale sul piano formale che ha prevalenza su quello sostanziale solo fino a prova contraria.

Infatti, in caso di fondati dubbi, è necessario considerare ulteriori elementi, quali ad esempio i luoghi in cui la società esplica la propria effettiva attività, i luoghi in cui sono collocati fisicamente beni e giacenze, gestione di contratti di rilevanza essenziale per la vita societaria collocati in uno Stato membro diverso da quello della sede sociale.

Secondo la Corte tali elementi, unitamente considerati, sono sufficienti “a superare la presunzione introdotta dalla legislazione dell’Unione”, fatti salvi i casi in cui proprio dall’esame degli ulteriori elementi emerga che, in modo opponibile a terzi, il centro effettivo di direzione e di controllo sia collocato in altro Stato membro, che può essere anche quello di origine.

Concludendo: qualora dall’esame degli elementi risulti che il trasferimento all’estero sia solo un espediente per sfuggire ai creditori, la Corte di Lussemburgo stabilisce che l’impresa debitrice non può sottrarsi alla procedura concorsuale, restando la competenza radicata in mano ai giudici italiani e potendo questi emettere validamente una declaratoria di fallimento.