INTERPRETAZIONE CONTRATTUALE NELL’IPOTESI DI SUCCESSIONE DI LEGGI NEL TEMPO

Le Sezioni Unite si sono occupate di pronunciare in ordine alla questione dell’impugnabilità per errore di diritto di un lodo arbitrale, che era stato emesso successivamente al 2006 in forza di una convenzione arbitrale emessa precedentemente alla riforma.

Con sentenza n° 9341/2016 le Sezioni Unite, oltre ad interpretare compiutamente l’art. 829, comma 3, c.p.c., ex riforma 2006, ha permesso di sciogliere alcuni nodi in ordine all’interpretazione del silenzio contrattuale nell’ipotesi di successione di leggi nel tempo.

Per quanto concerne l’art. 829 c.p.c., lo stesso prevede la retroattività della nuova disciplina, subordinando l’accesso all’impugnazione alla volontà delle parti così come indicata nella convenzione arbitrale ovvero così come prevista dalla legge.

Nel caso rimesso ai Giudici di Palazzo Cavour, tuttavia, la clausola arbitrale del periodo prima della riforma non prevedeva alcun tipo di specificazione convenzionale, pertanto il ricorrente sosteneva che l’art. 27 comma 3 del d. lgs 40/2006, che disciplina l’applicazione delle nuove norme ai giudizi successivi all’entrata in vigore della legge, dovrebbe essere interpretato coerentemente al principio generale di irretroattività della legge, in combinato disposto dagli articoli 3 e 24 Costituzionale.

Corollario di quanto sopra, sposando tale tesi, sarebbe che il nuovo testo dell’art. 829 comma 3 c.p.c. non escluderebbe la possibilità di impugnare il lodo per errores in iudicando, ancorché il procedimento arbitrale sia stato svolto in forza di clausole precedenti al 2006.

Il resistente, da parte sua, ha invece rilevato che l’art. 27 comma 3 della citata riforma chiarisce che il riformulato art. 829 c.p.c. non si applica ai procedimenti arbitrali nei quali la domanda di arbitrato è stata proposta successivamente alla data in vigore del predetto decreto, pur se riferita a clausola compromissoria stipulata antecedentemente.

Sciogliendo la riserva, le Sezioni Unite, ricordando che è opportuno distinguere la legge sostanziale che regola la convenzione arbitrale, rispetto alla legge processuale, che disciplina il solo rito, individuano il fulcrum della questione nel significato da attribuire al silenzio, così come posto in essere da entrambe le parti, in quanto tale comportamento ambiguo, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1368 c.c., deve essere interpretato seguendo la legge sostanziale in vigore al momento della sottoscrizione della clausola, dal momento che tale legge è l’unica che può “ascrivere al silenzio delle parti un significato normativamente predeterminato. Infatti il silenzio è un comportamento di per sé neutro: è solo il contesto normativo preesistente che può attribuirgli un particolare significato”.

In questo senso, posto che, all’epoca, la legge consentiva l’impugnazione per errore di diritto, salvo patto contrario, e nel caso di specie le parti non l’avevano espressamente esclusa, allora l’impugnazione può ritenersi validamente attuabile.

Così la Suprema Corte: “è certo possibile che una legge sopravvenuta privi di effetti una determinata convenzione contrattuale, ammessa nel momento in cui fu stipulata (…) ma non è possibile che una norma sopravvenuta ascriva al silenzio delle parti un significato convenzionale che le vincoli per il futuro in termini diversi da quelli definiti dalla legge vigente al momento della conclusione del contratto.”